Diceva Genuzio Bentini (Forlì, 27 giugno 1874 – Lodi, 15 agosto 1943), circa un secolo fa, che non si può discutere (anzi, arringare) in Corte di Assise come in Pretura, intendendo che nel primo caso è naturale che l’avvocato porti via molto più tempo ai Giudici e magari metta più passione del solito. Il che significa che avanti il Pretore (oggi Tribunale in composizione monocratica o Giudice di Pace, a seconda delle competenze), la discussione deve essere più breve, sintetica, toccando aspetti prevalentemente tecnici e meno passionali.
All’epoca era ovviamente diverso, meno processi, meno reati, un codice di rito che lasciava spazio all’avvocato quasi solamente nella fase della discussione.
A distanza di tanti anni, quegli insegnamenti sono ancora praticabili ed attuali?
A parere di chi scrive, talune regole di condotta non passano mai di moda. Precisato che non esiste una regola certa e sicura (altrimenti i processi penali terminerebbero tutti con sentenze ex art. 530 cpp), esistono però situazioni, tra serio e faceto, che un avvocato deve evitare in maniera assoluta.
Vediamo quali.
- Premettere che, sulla questione giuridica sottesa, l’oratore ha competenza superiore agli altri, giudice compreso. Chi scrive ricorda un processo per violazione di obblighi assistenziali verso ex moglie e figli (art. 570 cp) nel quale il difensore iniziò la discussione con: “Premetto di esser stato assistente e, mi vanto di dirlo, amico personale del celebre Prof. Avv. (omissis), noto maestro di diritto privato e di famiglia, quindi so bene di cosa parlo”. Risultato, condanna senza attenuanti generiche.
- Essere convinti che più si parla e più si è convincenti, ritenendo che la quantità sia migliore della qualità. Un avvocato che ripete un concetto infinite volte non dà l’idea di avere molto da dire, anzi. Sembra quasi, in effetti è così, che ha poco da dire ma vuole “allungare il brodo”. Così facendo otterrà solamente un giudice infastidito.
Un concetto può essere, specie se evidente, illustrato in poche parole, anche a mente del fatto che più una cosa è concisa e più rimarrà in mente a chi ascolta.
- Fare l’arringa che tanto piace al cliente (presente in aula) ma serve poco o nulla a chi giudica. Al cliente va ricordato il monito di un noto politico della Prima Repubblica: “non basta avere ragione, devi trovare anche chi te la dia”, il che significa dire al nostro assistito: “lascia a me decidere cosa dire e cosa non dire”.
- Trasformare l’aula d’udienza in una conferenza.
Gennaro Marciano (Napoli, 23 gennaio 1863 - Morcone, 23 gennaio 1944) spiegando la differenza tra conferenziere e avvocato, sosteneva che il primo può ammaliare il pubblico con ragionamenti acuti e particolarmente dotti, anche senza sostituire il convincimento di chi lo ascolta, che però lo apprezzerà e lo ammirerà, suscitando nell’auditorio sinceri applausi. L’avvocato che invece ottiene ugualmente l’ammirazione e l’apprezzamento del Tribunale, ma senza sostituire un convincimento di condanna, non avrà raggiunto il proprio obiettivo.
- Dimenticarsi che, terminata la propria discussione, l’avvocato potrà tornarsene in studio o andare a pranzo ma il giudice ha altre dozzine di cause da trattare. Consiglio pratico: se si viene da un rinvio per la sola discussione, il Tribunale apprezzerà se, al momento della fissazione della nuova udienza, si anticiperà che la discussione potrebbe essere particolarmente lunga.
- Improvvisare senza aver letto attentamente le carte.


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